Monica
All'inizio sei stata solo una voce al telefono, calda, sensuale, allegra. Ti chiamerò Monica, in omaggio alla donna più amata in Francia. Non ne avevamo ancora parlato esplicitamente, non ne avevamo parlato per niente a dire il vero. Forse era in qualche inflessione nella voce, o nelle pause prima delle tue domande, forse nella prontezza con la quale rispondevi alle mie, a tutte. I tuoi teneri messaggi per chiedermi se potevi telefonarmi. Certo che puoi, cara, puoi sempre. Il tempo e la distanza, due grandezze fondamentali. Riusciamo a vederci solo dopo tanti mesi. Potevo immaginare perché avevi insistito tanto ad essere tu a venire da me. Ho immaginato tutti i motivi, tranne quello vero.
Non dimenticherò mai il nostro primo incontro, la Gare de Lyon, il profilo dei TGV in parata, sotto il cielo cilindrico delle volte in plexiglass, illuminate da un tiepido sole pomeridiano. Ti riconosco subito, sei graziosissima, i tuoi stivali al ginocchio, una gonnellina leggera, una maglietta sbarazzina e molto aderente, il cappello, da vera francese. La stazione affollata come sempre, persone che incrociano i loro destini, gente che parte e che arriva. Il tuo ça va, come al solito, mi scioglie il sangue. Parliamo di tutto, e ci ritroviamo a casa mia, senza quasi accorgercene. Vedi due foulard di seta dimenticati, su una sedia. In un attimo, ne usi uno per bendarti, mi porgi l'altro.
Automaticamente ti lego i polsi, non troppo stretti, dietro la schiena, ti adagio dolcemente sul letto, la gonna va via facilmente e scopro che non indossi intimo. Ne sono sorpreso, conoscendo la tua mania per l'igiene, te le sarai tolte un attimo prima di scendere dal treno. Non riuscirò mai a sfilarti la maglietta. Sussulti un attimo al contatto della lama sul tuo pube, rasato, la trama cede facilmente, devo forzare un po' quando incontro il reggiseno, vedo un'ombra di dolore passare per il tuo viso e mi rendo conto solo dopo della scalfittura che ti ho provocato sullo sterno, niente di grave, niente che non si fermi quando succhio la gocciolina di sangue. Mi allontano per godere meglio del tuo spettacolo, sei stupenda, i resti della maglietta ti scoprono come i petali di una rosa appena sfiorita, che non riescono più a nascondere il tuo intimo. Non resisto più, incontro le tue labbra e mi rendo conto che è la prima volta che ci baciamo, lentamente ed inesorabilmente assaporo ogni centimetro della tua pelle, indugio sui tuoi capezzoli, durissimi, gioco con la rotondità del tuo seno, scivolo sul tuo pancino, scavo nell'ombelico, fino a giungere al monte di venere, liscissimo, che ti rende ancora più nuda.
Le tue gambe sono già socchiuse, la tua schiena è contratta, non desideri altro. Mi fermo solo quando smetti di ansimare, morbidissima armonia, più dolce della tua voce. Ti bacio subito, confondo i tuoi umori. Baci lunghi ed appassionati, carezze che riaccendono il ritmo. Piano piano, ti faccio alzare e ti adagio a pancia in giù sul tavolo. Se è possibile sei ancora più sensuale. Sento il tuo calore, avvolgente ed umido. Questa volta i sospiri sono all'unisono, i gemiti accordati.
Non ricordo quanti altri orgasmi hanno squassato il tuo ventre, ricordo solo l'ultimo. Sfinita, sul letto, il tuo sorriso quando hai sentito il vibratore, sommesso, al minimo. Baci al ritmo della vibrazioni, in un interminabile climax, il tuo corpo chiedere solo che questa dolce tortura finisca. Forse per la stanchezza, ho calcolato male i tempi, ho fatto appena in tempo a sostituirmi alla plastica, che il piacere ti ha lasciato stremata. Ti ho slegato i polsi, tolto la benda, non hai riaperto gli occhi, indugiando in un'espressione estatica. Ti libero dai resti della maglietta, ti sfilo gli stivali, ti copro con la seta rossa di un lenzuolo, il mio studio sente per la prima volta le tue parole, in un merci appena appena soffiato. Ti lascio riposare. Nel frattempo preparo i miei migliori gnocchetti alla sorrentina, saltati in padella con pomodoro fresco e provola, una fogliolina freschissima di basilico nel piatto. Il profumo ti sveglia, vieni a tavola, avvolta solo in una mia vestaglia. Chiudono la cena due crêpes flambées con noci tritate, miele di acacia e Calvados. Alla luce azzurra del liquore che brucia, fisso i tuoi occhi, bellissimi. Ti ringrazio per le tue risate, per i complimenti alla cena, soprattutto a nome delle mie crêpes, non eccelse. Ormai è tardi, decidiamo di andare a letto, Parigi può aspettare.
Non fare la doccia, lascia che possa dormire cullato dall'odore del sesso sulla tua pelle, stretto a te.